di Piero Maroni
Possiamo concludere affermando che la ricetta della piada classica è quella che prevede farina bianca di grano, un mezzo mestolo di acqua tiepida, un cucchiaio di strutto di maiale, un pizzico di sale e uno di bicarbonato di sodio, poi tutto dipende dalla mano, c’è un detto che recita: “Ui ven ben la pida parchè la j à la maèna caèlda”. (Le viene bene la piada perché ha la mano calda).
Ma chi la fa più? Oggi la si compra già confezionata nei negozi o nei supermercati alimentari, e la mano che l'ha confezionata è una macchina industriale, quella calda la si acquista presso qualche chiosco e attorno a noi ce ne sono tanti, ma quella cantata dai poeti non esiste praticamente più.
Malgrado tutto e chi la fa, la fa, la piada resta sempre un buon mangiare e sulle nostre tavole sarà ancora presente per tanto tempo ancora pur nelle sue molteplici forme.
Ce lo ricorda Gian Marten (Cesena 1937 – Cesena 5 maggio 2013) nella poesia seguente.
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Pida Rumagnola
Tulir s-ciadur acva farena
tegia camem fugh ad fascena
pida campagnola zitadena.
Int e' chiosco oz u n'e' una fola
e contenua la tradizion la pidajola
piadina fresca bona Rumagnola.
Pre bel e pre ... brot
piadina e' ... parssot.
Pre furb e pre … quajon
pida e' fuemai … squaquaron.
Ten bota piadina d'una volta
la vecia Rumagna l'a n'e' morta.
Pida incua; pida admen
piadina Rumagnola a t vlem ben.
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Piadina Romagnola
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Tagliere mattarello acqua farina
teglia camino fuoco di fascina
piadina campagnola cittadina.
Nel chiosco oggi non e' una favola
continua la tradizione la piadinaiola
piadina fresca buona Romagnola.
Per il bello e per il ... brutto
piadina e ... prosciutto.
Per il furbo e per lo ... sciocco
piadina e formaggio ... squaquerone.
Tieni duro piadina di una volta
la vecchia Romagna non e' morta.
Piadina oggi; piadina domani
piadina Romagnola ti vogliamo bene.
E quante virtù sono contenute nella piada, una ce la indica Gianni Quondamatteo (Rimini, 19 marzo 1910 – 19 gennaio 1992), uno dei massimi studiosi di folclore, dialetto e letteratura dialettale di Romagna.
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CUNTANTEZZA
Cla sòira
che i caseun
j era vnu ben
j è andaè a lèt
tott cuntint.
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CONTENTEZZA
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Quella sera
che i cassoni
erano venuti bene
sono andati a letto
tutti contenti.
Non la facciamo tanto lunga sul nome cassoni, traduzione italiana un po’ avventurosa, sempre meglio però di cascioni o crescioni che non hanno proprio niente a che fare con l’originale, diciamo solo che sono un’emanazione della piadina e che la confezione originale era quella in cui si usavano i rosolacci (agl’ j arosli) o appena lessati o del tutto crudi e se non era stagione, niente cassoni.
Ma torniamo alle virtù, altre ce le indica Onorio Lorenzini.
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LA PIDA RUMAGNOLA
Quant ch’ut ven cla dibulèza
e la paènza la taca a barbutlaè,
a te degh mè quèl che te da faè.
Nu pansaè ad magné de’ paèn,
la medizòina l’è la pida,
se te voja da stè ben.
Du bel quadret ad pida,
do fèti ad mutadèla,
la j è mèi che la zambèla.
Se po ta t’ met dri a l’arola,
sanzvòis, panzèta
e pida rumagnola.
E sut ven voja ad fè ‘na pasigèda,
l’udòur dla pida
t’al sint ènca par la straèda.
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LA PIADA ROMAGNOLA
Quando ti viene quella debolezza
e la pancia comincia a borbottare,
te lo dico io ciò che devi fare.
Non pensare a mangiare del pane,
la medicina è la piada,
se hai voglia di stare bene.
Due bei quadretti di piada
due fette di mortadella,
sono meglio della ciambella.
Se poi ti metti vicino all’arola,
sangiovese, pancetta
e piada romagnola.
E se ti vien voglia di fare una passeggiata,
l’odore della piada
lo senti anche per la strada.
Prima ancora che venissi a conoscenza di questa poesia, personalmente avevo già intuito le qualità medicinali della piada come si evince da questa mia esperienza che tempo fa ho messo per iscritto.
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MAGNA, MAGNA
Magna, magna, avòiva mes sò un fat panzòun
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ch’e paròiva ch’am foss ingulaè un palòun.
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Par quèst am s’era mes a digieun e smes ‘d magné
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e par faè pròima a calaè, 'd sòira andeva a cor e sudé.
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Cio, a pardòiva pois a chel e sudòur a gòzli,
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snò che tot al volti ch’am pigheva avdòiva al lozli.
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Sa tot quei ch’a cnusòiva am s’era racmandaè
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ch’i saves ch’sèl faè s’im truvaèva 'tun fòs stuglaè:
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“Nu ste a dèm da bòi e’ cugnachin o a ciamaè l’ambulaènza,
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la coipa la j è da zarcaè 't ' svuit dla mi paènza,
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infilem ‘d bòca un quadrèt ‘d pida pr'e' mancamòint
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e avdiroi ch’a m’arciap int un mumòint!”
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MANGIA, MANGIA
Mangia, mangia, avevo messo su un tale pancione
che sembrava mi fossi ingoiato un pallone.
Per questo mi ero messo a digiuno e smesso di mangiare
e per fare prima a dimagrire, la sera andavo a correre e sudare.
Ohi, perdevo peso a chili e sudore a gocciole,
solo che tutte le volte che mi piegavo vedevo le lucciole.
Con tutti quelli che conoscevo mi ero raccomandato
che sapessero cosa fare se mi trovavano in un fosso sdraiato.
“Non state a darmi da bere un cognacchino o a chiamare l’ambulanza
la colpa è da ricercare nel vuoto della mia pancia
infilatemi in bocca un quadretto di piada per lo svenimento
vedrete che mi riprenderò in un momento!”.
E potremmo continuare ancora a dire della piada di oggi che oramai in casa non si fa
più, la si mangia al ristorante, nelle sagre paesane, la si compra nei chioschi, precotta
o surgelata nei negozi di alimentari e supermercati, buona sì, forse, ma non ha più l’inconfondibile sapore delle cose fatte in casa.
Ma qui si aprirebbe un lungo discorso sui nostri tempi e sulle nostre abitudini e si andrebbe troppo lontano.
Penso si possa concludere con un detto di un anonimo dall’accento riminese che risolve ogni questione:
“La j è bona in tot i mud, la j è bona ènca scundida:
se a n’avè ancora capì, a zcòr propi dla pida.”
( E’ buona in tutti i modi, è buona anche scondita:
se non avete ancora capito, parlo proprio della pida.)
























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